L’arbitro, regia di Paolo Zucca. Sceneggiatura di Paolo Zucca e Barbara Alberti. Con Stefano Accorsi, Geppi Cucciari, Bernardo Urgu, Jacopo Cullin, Alessio Di Clemente, Marco Messeri. Film proiettato in apertura di Cineasti del presente (fuori concorso).
Uno strano e spiazzante oggetto cinematografico. Due storie parallele di calcio – una del pallone ricco e maggiore, l’altra di quello acciaccato e periferico – che finiranno con l’incrociarsi. Toni da farsaccia che ricordano il mitologico L’allenatore nel pallone con Lino Banfi, e però messinscena rigorosamente alto-autoriale, con un bianco e nero panoramico come nei grandi film anni Sessanta, e con molti, molti debiti verso Ciprì e Maresco (e anche Pietro Germi). Tentativo audace e spericolato di mescolare davvero l’alto e il basso. Ma l’operazione non riesce, impossibile unire commediaccia anni Settanta e rigore alla Dreyer, qualcosa non funziona, non quaglia. Ma L’arbitro resta un film differente, da rispettare. Voto 6 e mezzo
Almeno, non è il solito film. Questo L’arbitro spiazza come poche cose del cinema italico ultimamente. In bianco e nero su schermo panoramico, come i grandi film autoriali degli anni Sessanta, La dolce vita per dire, o Il sorpasso, e già questo. Poi, immagini curatissime e perfino lambiccate, di una perfezione formale che lascia abbastanza basiti (positivamente, intendo). Tableaux vivants costruiti con cura maniacale e assai ambiziosi, colmi di riferimenti alla cultura figurativa, un po’ Bela Tarr e molto, molto, molto Ciprì e Maresco. I quali mi pare siano i veri modelli, non so quanto confessati e ammessi, del regista Paolo Zucca, il quale ha espanso e allungato in questo film un suo corto dallo stesso titolo di anni fa vincitore di parecchi premi (mai visto, lo ammetto). Ciprì e Maresco tenuti d’occhio e, immagino, amati quali mammasantissima di un cinema etnico-sporco-rozzo, eppure di inaudita perfezione formale, che ha sempre privilegiato le deformità, i corpi sfatti e alterati e mai medi, la decomposizione e gli spasimi corporali, sublimandoli in una gelleria iconografica da inferno medievale, da quadro della peste. Ecco, questo L’arbitro è una specie (una specie) di Ciprì e Maresco, di lungo Cinico tv però spostato dalla Sicilia in una Sardegna atemporale e eternamente primitivo-barbarica e insieme travolta dalla ipermodernità. Dal calcio, innanzitutto. Qui si seguono due tracce narrative distinte, che poi alla fine si intersecheranno, e in modo decisivo. La prima racconta di una squadretta di calcio della Sardegna alta e interna, l’Atletico Pabarile, intorno a cui si intrecciano e incrostano passioni smodate e anche malsane, e della rivalità e l’odio acerimo che la oppongono ai vicini di campanile e dunque arcinemici del Montecrastu. Anche perché costoro sono in testa al campionato e il Pabarile distaccato parecchio. Finché non arriva in squadra un emigrato di ritorno dall’Argentina che rivela stoffa di campione latinoamericano e ribalta la situazione. Intanto in parallelo ecco, nell’Olimpo del calcio, del calcio lussuoso e ipermilionario dei massimi scontri europei tipo Champions, un arbitro italiano determinato e capace (Stefano Accorsi), il quale farebbe di tutto e anche di più e di peggio per poter arbitrare la finalissima del supercampionato continentale. La consacrazione di una carriera. Gli fa capire dalla Fefa – no, non La Fifa, sennò che ci sta a fare quella e? – un presidente francese dalle erre molto arrotata che un tempo giocò quale numero 10 che, se si comporterà bene, quella finale la otterrà. Ma ci saranno parecchi casini, nell’una e nell’altra storia. Ora, il tono, soprattutto nel segmento sardo, è quella della commediaccia, anzi della farsa etnica, che non può non ricordarci l’immortale B-movie linobanfiano L’allenatore del pallone. Mi pare che l’idea del giocatore sudamericano in grado di ribaltare venga proprio dal film di Sergio Martino, ove la squadra scalcagnata allenata dal povero Oronzo Canà si trasforma in team d’alta gamma e classifica grazie al brasiliano d’importazione Aristoteles. Ecco, il problema di L’arbitro sta esattamente qui. È possibile raccontare una storia alla Lino Banfi però con una costruzione formale rigorosa e severissima alla Dreyer? Certo, il grottesco alla Ciprì e Maresco, e anche un po’ alla Germi (quello di Sedotta e abbandonata soprattutto) dovrebbe funzionare cone registro unificante di una simile, al limite dell’impossibile, disparità. Nelle note al film il regista Paolo Zucca dice di voler mescolare l’alto e il basso, solo che ormai si tratta di formula troppo abusata per poter ancora trasmetterci un qualche senso. E qui l’alto e il basso sono smisuratamente lontani, sideralmente lontani, e non riescono a trovare un punto di equilibrio. Si resta ammirati per la capacità di Zucca di consegnarci a ripetizione immagini abbaglianti e di rara bellezza, e anche per il coraggio e la disinvoltura con cui mescola i generi, inserendo addrittura numeri da musical (l’allenamento degli arbitri in una specie di Coverciano trasformato in balletto al suono di un hit del ventennio come Vivere). Paolo Zucca non si nega nulla, e rifà perfino in un tableau vivant l’ultima cena leonardesca, solo con i calciatori e il presidente dell’Atletico Pabarile al posto degli apostoli e di Cristo. E citando l’iconografia di San Giorgio e il Drago nell’immagine dell’arbitro Accorsi che punta scultoreo il dito verso terra. In questo film di talento profuso ce n’è parecchio. Dell’Arbitro è giusto non parlare male, e riconoscerne l’ambizione, e il coraggio, la scommessa forte. Però. Però non si può dire che il tentativo sia andato a buon fine. La farsaccia dell’Atletico Pabarile, la sua scurrilità, l’animalità umana, la degradazione e corruzione dei corpi non ce la fanno a diventare una visione di cinema, come invece è spesso riuscito a Ciprì e Maresco. Non apre nemmeno a noi nuove, decisive visioni. Geppi Cucciari fa Geppi Cucciari nella sottotrama chiamiamolo così rom-com del film, dov’è la figlia del presidente della squadretta della quale si innamora il campione argentino. Si ride, anche parecchio, e però si esce perplessi. Da segnalare che cofirmataria della sceneggiatura insieme a Paolo Zucca è Barbara Alberti, e nella deformazione grottesca e in certe derive surreali la sua mano la avverti.
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Venezia Festival 2013. Recensione: L’ARBITRO mescola la farsa alla Lino Banfi e un rigore autoriale alla Dreyer (e alla Ciprì e Maresco). Non funziona, non può funzionare
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